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Biologico: certificare il metodo non certifica il prodotto

Il logo biologico europeo è una garanzia reale — ma va letta con precisione. Certifica il metodo produttivo di un operatore accreditato, con ispezioni periodiche e campionamenti a campione. Non certifica analiticamente il prodotto finito per lotto. E quando il prodotto arriva da paesi terzi, non garantisce che il disciplinare bio locale escluda agrofarmaci vietati in Europa da anni.

La distinzione tra certificazione di processo e di prodotto nel settore bio: implicazioni per consumatori, professionisti e normative internazionali

Quando acquistiamo un prodotto con il logo biologico dell'Unione Europea, istintivamente pensiamo che il contenuto della confezione sia stato controllato e verificato. In realtà, quella spiga stilizzata garantisce qualcosa di molto specifico — e di molto diverso da ciò che la maggior parte dei consumatori immagina. Garantisce un metodo, non un risultato.

Due concetti, un solo mercato: la confusione che costa cara

Nel mondo delle certificazioni alimentari esiste una distinzione fondamentale, raramente comunicata con chiarezza al grande pubblico: la differenza tra certificazione di processo e certificazione di prodotto. Nel settore biologico europeo, questa distinzione non è un dettaglio tecnico — è la chiave per comprendere cosa garantisce davvero quel marchio verde che paghiamo a caro prezzo sullo scaffale.

La certificazione di processo attesta che un operatore — agricoltore, trasformatore, importatore — ha rispettato le procedure previste da un determinato disciplinare produttivo. Nel caso del biologico europeo, il riferimento è il Regolamento UE 2018/848, entrato in vigore il 1° gennaio 2022, che disciplina i metodi di produzione: rotazioni colturali, gestione del suolo, assenza di fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi non autorizzati, tracciabilità interna, gestione dei mangimi. Tutto ciò che riguarda il come si produce.

La certificazione di prodotto, invece, attesta che il prodotto finito possiede determinate caratteristiche misurabili e verificate analiticamente — su ogni lotto o con frequenza definita. Non il processo, ma il risultato: concentrazione di contaminanti, profilo nutrizionale, assenza di residui specifici, livelli di allergeni.

Il punto critico: il logo bio UE non è una certificazione di prodotto. Un'azienda può essere perfettamente conforme al Reg. 2018/848 e produrre grano con tracce significative di glifosato derivanti da deriva di campo. Il processo era corretto; il prodotto, no. La certificazione, però, non lo rivelerà.

Come funziona la certificazione bio UE: il Reg. 2018/848

Il Regolamento UE 2018/848 ha introdotto un sistema più rigoroso rispetto al precedente Reg. CE 834/2007, ma ha mantenuto l'impostazione fondamentale: certificare l'operatore, non il prodotto. L'organismo di controllo verifica documentazione, registri, input acquistati, condizioni di stoccaggio e tracciabilità della filiera. Non è tenuto a effettuare analisi sistematiche sul prodotto finito.

Esistono, certo, i cosiddetti campionamenti su sospetto: se l'ente di controllo ritiene che vi siano irregolarità, può disporre analisi di laboratorio. Ma si tratta di un meccanismo reattivo, non sistematico. In media, la probabilità statistica che un singolo lotto di prodotto bio venga analizzato chimicamente nell'arco di un ciclo produttivo annuale è molto bassa.

Cosa garantisce il logo bio UE — e cosa non garantisce

Garantisce:

  • che il produttore non ha impiegato pesticidi di sintesi non autorizzati nella coltivazione

  • che gli input zootecnici rispettano i criteri del regolamento

  • che esiste tracciabilità documentale della filiera

  • che l'operatore è stato ispezionato almeno una volta l'anno

Non garantisce:

  • l'assenza di residui di pesticidi nel prodotto finito (la deriva da campi confinanti non è imputabile al produttore bio)

  • livelli di contaminanti da suolo (metalli pesanti, micotossine) al di sotto di soglie specifiche il contenuto di nichel, cadmio, piombo o altri elementi potenzialmente critici

  • la stabilità ossidativa o microbiologica del prodotto nel tempo

  • l'assenza di allergeni crociati derivanti dalla condivisione di impianti

Il biologico non è uguale in tutto il mondo: agrofarmaci vietati in UE e trattati commerciali

C'è un aspetto del mercato biologico globale che viene sistematicamente omesso nel dibattito pubblico, e che tocca direttamente la sicurezza alimentare dei consumatori europei: il bio non è armonizzato a livello internazionale. I disciplinari di produzione variano sensibilmente da paese a paese, e in molte nazioni esportatrici verso l'UE sono autorizzati — anche nella produzione biologica certificata localmente — agrofarmaci che in Europa sono vietati da anni, talvolta da decenni.

Non si tratta di una zona grigia normativa. Si tratta di una scelta politica strutturale, codificata nei trattati commerciali bilaterali e multilaterali, che ha consentito all'Unione Europea di accettare prodotti bio provenienti da sistemi produttivi non equivalenti al proprio — in nome della liberalizzazione degli scambi.

Gli agrofarmaci: la doppia lista

L'UE gestisce la propria lista di sostanze attive autorizzate in agricoltura tramite il Reg. CE 1107/2009 e i suoi aggiornamenti successivi. Numerose molecole sono state progressivamente vietate nell'Unione per ragioni di tossicità, persistenza ambientale, effetti endocrini o neurotossicità: clorpirifos, atrazina, imidacloprid, thiamethoxam, clorfenapir, metomil, oxamil, solo per citare le più note.

In molti paesi extraeuropei questi stessi composti sono regolarmente in uso, anche su colture destinate all'export bio verso l'UE. I casi documentati includono:

  • Cina: utilizzo di clorpirifos e altri organofosforati su frutta, cereali e prodotti trasformati bio, non vietati dalla normativa nazionale

  • India: impiego di endosulfan (vietato nell'UE dal 2011, classificato come POP dalla Convenzione di Stoccolma) su alcune colture da export, in particolare riso e spezie

  • Brasile: registro attivo di glifosato, 2,4-D, acefate e atrazina su colture che possono entrare nella filiera bio locale attraverso contaminazione crociata o dichiarazioni non verificate

  • Argentina: uso autorizzato di molecole neonicotinoidi vietate in UE (imidacloprid, thiamethoxam, clothianidin) su soia, mais e cereali

  • Marocco e Tunisia: utilizzo di carbendazim (fungicida vietato in UE) su agrumi e orticole esportate verso il mercato europeo, anche nella filiera convenzionale che si affianca a quella bio

Il paradosso è evidente: un produttore biologico italiano che utilizza rame oltre i limiti consentiti può perdere la certificazione. Un importatore che introduce in UE prodotti bio coltivati con clorpirifos — vietato in Europa dal 2020 — è pienamente conforme alla normativa commerciale vigente, se il paese d'origine è riconosciuto come equivalente.

 Il meccanismo dei paesi terzi equivalenti: come funziona e cosa permette

Il Reg. UE 2018/848 (artt. 47-57) disciplina le importazioni di prodotti bio da paesi terzi attraverso due strumenti principali: il riconoscimento di paesi terzi come sistemi equivalenti (art. 48) e il riconoscimento di organismi di controllo operanti in paesi terzi (art. 46). In entrambi i casi, il presupposto è l'equivalenza — non l'identità — degli standard produttivi.

Questo significa che un paese terzo può essere riconosciuto come equivalente anche se il suo disciplinare bio autorizza sostanze vietate in UE, purché il sistema di controllo sia ritenuto affidabile e l'equivalenza complessiva dello standard sia giudicata accettabile dalla Commissione Europea. La Commissione mantiene una lista aggiornata di paesi terzi e organismi di controllo riconosciuti (Reg. UE 2021/2306 e successivi aggiornamenti), ma la valutazione dell'equivalenza è un processo che non richiede l'identità dei disciplinari.

Paesi attualmente riconosciuti come sistemi equivalenti o con accordi bilaterali che coprono il bio includono India, Tunisia, Marocco, Argentina, Cile, Corea del Sud, Giappone, Nuova Zelanda, Svizzera e altri. La Cina non è riconosciuta come sistema equivalente, ma organismi di controllo operanti in Cina sono accreditati e certificano prodotti esportati verso l'UE.

I trattati commerciali: CETA, Mercosur e il problema dell'asimmetria

La questione diventa politicamente più acuta quando si considera il contesto dei grandi accordi commerciali multilaterali. Il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) con il Canada, in vigore in via provvisoria dal 2017, include capitoli specifici sulla cooperazione normativa in materia fitosanitaria che aprono a un progressivo riconoscimento reciproco degli standard — anche in campo biologico — senza richiedere l'armonizzazione preventiva.

L'accordo UE-Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay), ancora in fase di ratifica ma formalmente concluso nella sua negoziazione nel 2024, è il caso più emblematico. Il Brasile è il paese al mondo con il maggior numero di pesticidi registrati e uno dei maggiori esportatori agricoli globali. L'accordo prevede l'apertura dei mercati europei a prodotti agricoli brasiliani — inclusi quelli bio certificati localmente — pur in presenza di un regime di omologazione degli agrofarmaci radicalmente diverso da quello europeo. Il principio è quello della non discriminazione commerciale: un prodotto bio certificato secondo il disciplinare brasiliano deve poter accedere al mercato europeo senza dazi aggiuntivi, anche se prodotto con input non ammessi in UE.

Il paradosso regolatorio che emerge è grave: lo stesso pesticida che un agricoltore europeo non può usare nemmeno in agricoltura convenzionale può essere presente — come residuo legale nel paese d'origine — su un prodotto bio importato e venduto sullo scaffale del supermercato europeo con la spiga verde.

La risposta normativa: i limiti massimi di residui e i controlli alle frontiere

L'UE si difende da questa asimmetria attraverso il sistema dei Limiti Massimi di Residui (LMR), definiti dal Reg. CE 396/2005. Un prodotto importato, bio o convenzionale, deve rispettare gli LMR europei, indipendentemente dagli standard produttivi del paese d'origine. In linea teorica, questo sistema dovrebbe funzionare come filtro.

In pratica, emergono tre criticità strutturali. Prima: i controlli sistematici alle frontiere UE coprono una percentuale limitata dei lotti in entrata — stimata intorno al 10-15% per le merci ad alto rischio, molto meno per quelle a rischio ordinario. Seconda: alcune sostanze vietate in UE ma presenti in residui legali nel paese d'origine possono avere LMR cosiddetti "di default" a 0,01 mg/kg, che tecnicamente rappresentano il limite di rilevabilità degli anni '90 — non sempre adeguato alle tecnologie analitiche attuali che rilevano a concentrazioni molto inferiori. Terza: il sistema RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed) intercetta le non conformità gravi, ma non le contaminazioni sub-soglia sistematiche che si accumulano nel tempo.

Il sistema degli LMR è una rete di sicurezza indispensabile, ma non è progettato per gestire l'asimmetria tra sistemi produttivi. È la risposta a una non conformità, non la prevenzione strutturale di un problema che nasce a monte — nella scelta politica di aprire i mercati senza richiedere l'armonizzazione degli standard.

 Il caso del riso e dei cereali bio da importazione

Tra i prodotti più frequentemente coinvolti in questa asimmetria troviamo i cereali bio da importazione: riso da India e Tailandia, sorgo e miglio da Africa subsahariana, amaranto e quinoa da Bolivia e Perù, grano saraceno da Cina e Kazakistan. Sono filiere dove la pressione sul prezzo è alta, i controlli locali variabili e la distanza dal mercato finale rende difficile la verifica diretta.

L'EFSA (European Food Safety Authority) ha segnalato in più rapporti la presenza di residui di pesticidi non autorizzati in campioni di cereali bio importati, con percentuali di campioni non conformi superiori alla media del convenzionale europeo. Questo dato, apparentemente controintuitivo, si spiega con il fatto che i produttori convenzionali europei operano in un contesto di controllo molto più denso, mentre alcuni import bio godono di minore scrutinio sistematico proprio perché il logo bio è percepito — a torto — come garanzia di pulizia chimica.

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