- 29 mar
Il cibo che non sai di mangiare: accordi commerciali, dogane al collasso e il silenzio assordante sull'etichetta.
- Monia Caramma
- La verità vi prego sul cibo
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Mentre l'Europa si congratula con sé stessa per aver aperto i mercati a nuovi partner commerciali, qualcosa di molto concreto sta accadendo sulle nostre tavole. Qualcosa che nessun comunicato stampa descrive nei dettagli. Qualcosa che riguarda ciò che mangiamo ogni giorno, ciò che diamo ai nostri figli, ciò che compriamo convinti — e qui sta il punto — di poter scegliere.
Parliamo di accordi di libero scambio. Tre, in meno di due anni. Tre accordi che ridisegnano in modo radicale le condizioni con cui il cibo entra in Europa.
Tre accordi. Una sola direzione: meno controlli, più ignoto.
2025 — Mercosur: Brasile, Argentina, Paraguay
Dopo oltre vent'anni di negoziati, l'accordo UE-Mercosur è diventato realtà. Ursula von der Leyen ha spinto con determinazione verso la firma e l'applicazione provvisoria, ignorando le resistenze di diversi Stati membri — Francia in testa — e le proteste degli agricoltori europei che chiedevano, con ragione, garanzie di reciprocità sui controlli fitosanitari. Il 22 gennaio 2026, il Parlamento europeo ha respinto la mozione di sfiducia contro la Commissione, legittimando di fatto questa rotta.
Risultato: dazi abbattuti su carne, soia, zucchero, olio di palma, prodotti trasformati provenienti da paesi dove l'uso di pesticidi vietati in Europa — atrazina, clorpirifos, paraquat — è ancora prassi corrente, dove le soglie di residui ammesse sono completamente diverse dalle nostre, dove i controlli lungo la filiera produttiva non sono comparabili agli standard UE.
Gennaio 2026 — India
L'Unione Europea e l'India hanno firmato un accordo storico di libero scambio: 4 miliardi di euro in meno di dazi. Un traguardo geopolitico, ci dicono. Un'opportunità economica. Ma per chi? L'India è il primo produttore mondiale di spezie, riso, legumi, tè. Ed è anche un paese in cui l'utilizzo di pesticidi organofosforici, coloranti non autorizzati, micotossine e metalli pesanti nelle filiere alimentari rappresenta un problema documentato e non risolto.
Marzo 2026 — Australia
A fine marzo 2026, l'accordo UE-Australia ha eliminato i dazi sul 99% delle merci europee esportate e aperto le porte a una lunga lista di prodotti agricoli australiani. Carni, cereali, derivati del latte, vino. Persino il capitolo Prosecco — che ha fatto notizia per il compromesso raggiunto — testimonia quanto le protezioni geografiche e qualitative europee siano sempre più oggetto di trattativa politica piuttosto che difesa culturale e sanitaria.
Il problema che nessuno vuole nominare: l'origine in etichetta
Eccoci al punto che dovrebbe tenerci svegli la notte.
Quando un prodotto entra in Italia — in Europa — in regime convenzionale, ovvero come ingrediente di trasformazione, come semilavorato, come componente di un prodotto finito, non c'è obbligo di indicarne la provenienza.
L'obbligo di etichettatura d'origine geografica in Europa esiste solo per categorie specifiche: frutta e verdura fresche, carne bovina, suina, ovina, caprina e avicola, pesce, miele, olio d'oliva vergine. Tutto il resto — farine, amidi, oli raffinati, concentrati, estratti, ingredienti di processo, materie prime per prodotti da forno, per salse, per alimenti per l'infanzia, per integratori — può arrivare da qualsiasi paese del mondo e scomparire nella dicitura generica "origine: UE e non UE" o semplicemente non essere dichiarato affatto.
Questo significa, concretamente, che il biscotto che compri al supermercato può contenere farina di grano del Mercosur trattata con fungicidi non ammessi in Europa. Che il dado da brodo può contenere amido di mais indiano ottenuto da varietà geneticamente modificate non autorizzate nel mercato interno europeo. Che il condimento per insalata può contenere olio di semi australiano estratto con solventi vietati o a residuo non tracciato.
E tu non lo saprai mai. Perché non c'è scritto.
Le dogane: il collo di bottiglia che nessuno vuole vedere
C'è un altro dato che dovrebbe essere al centro del dibattito pubblico e che invece viene sistematicamente ignorato nei comunicati trionfali sugli accordi commerciali:
Oggi le dogane europee analizzano chimicamente meno del 3% delle merci alimentari in ingresso. Il restante 97% viene sottoposto esclusivamente a controllo documentale.
Documenti. Carta. Dichiarazioni. Certificati firmati nel paese di origine da enti che, in molti casi, operano secondo criteri completamente diversi da quelli europei, quando non sono semplicemente pagati dagli stessi esportatori per certificare la conformità dei propri prodotti.
Triplicare, quintuplicare i flussi commerciali con paesi terzi — come questi accordi implicitamente promettono — mentre le risorse di controllo rimangono invariate significa una cosa sola: la quota di cibo non conforme agli standard UE che entra nel nostro mercato è destinata ad aumentare in modo significativo.
Non è allarmismo. È aritmetica.
Von der Leyen e il disprezzo per chi mangia
Ursula von der Leyen ha costruito la sua narrazione su due pilastri apparentemente inconciliabili: il Green Deal — con il Farm to Fork che prometteva di ridurre del 50% l'uso di pesticidi entro il 2030 — e la corsa alla firma di accordi commerciali con paesi dove quelle stesse sostanze vengono usate liberamente.
Come si conciliano queste due posizioni? Non si conciliano. Si nascondono dietro le geometrie della diplomazia commerciale.
La presidente della Commissione Europea ha dimostrato, con azioni concrete, di considerare i cittadini europei come variabili di un'equazione economica, non come persone in carne e ossa che hanno il diritto di sapere cosa mangiano, da dove viene il loro cibo, con quali pratiche agricole è stato prodotto. Ha proceduto verso accordi che abbattono i dazi senza costruire in parallelo un sistema di controllo all'altezza, senza garantire la tracciabilità, senza estendere gli obblighi di etichettatura d'origine agli ingredienti di processo.
Non è ingenuità politica. È una scelta consapevole.
La salute non è una variabile economica: è un diritto umano
Voglio dirlo con chiarezza, perché è una distinzione che mi sta molto a cuore.
Non siamo consumatori. Siamo esseri umani.
La nostra salute non è una funzione del PIL, non è un parametro di competitività, non è un costo da ottimizzare nella negoziazione tra blocchi commerciali. La tutela della salute attraverso il cibo è un diritto fondamentale, sancito dall'articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, riconosciuto dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea.
Quel diritto implica poter scegliere consapevolmente. Implica trasparenza. Implica che ciò che viene messo sul mercato — a qualsiasi prezzo, da qualsiasi parte del mondo — rispetti gli stessi standard che imponiamo ai nostri produttori. Non per protezionismo. Per coerenza etica. Per rispetto verso chi ha scelto l'Europa come spazio di qualità, non come mercato di sbocco per ciò che non si riesce a vendere altrove.
Se abbiamo costruito in decenni un sistema di norme sull'utilizzo degli agrofarmaci, sui limiti di contaminanti, sulle pratiche di trasformazione, lo abbiamo fatto perché quelle norme proteggono la salute umana. Importare prodotti che non rispettano quelle norme non è liberalizzazione: è esternalizzare il danno. È far pagare il prezzo biologico a chi non ha voce in capitolo.
Cosa possiamo fare, adesso
La risposta non è smettere di mangiare. È smettere di essere passivi.
Scegliere filiere corte e produttori locali ogni volta che è possibile, non come lusso ma come atto politico.
Leggere le etichette con occhio critico: "ingredienti di varia origine" non è un'informazione, è una non-risposta.
Chiedere ai distributori e ai produttori la provenienza delle materie prime, anche quando non è obbligatorio dichiararla.
Sostenere le organizzazioni e i professionisti che lavorano per estendere gli obblighi di etichettatura d'origine a tutte le categorie alimentari.
Fare rumore, perché il silenzio in questa fase è una forma di consenso che non possiamo permetterci.
Questi accordi non sono inevitabili nella loro forma attuale. Sono scelte politiche. E le scelte politiche si cambiano.
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